PROGRAMMA

Il lavoro, prima di tutto

Impieghi e nuove opportunita' per i giovani.

Un piano straordinario per 30.000 posti di lavoro da varare nei primi 100 giorni del nuovo Governo regionale: turismo, agricoltura, rigenerazione urbana ● Prolungamento per altri tre anni (a carico dei fondi UE) delle agevolazioni per le assunzioni a tempo indeterminato previste dalle norme nazionali ● Istituzione di un voucher formativo erogato al giovane, al disoccupato, all’inoccupato che viene assunto da un’impresa ● Istituzione di borse lavoro retribuite, che consentano agli allievi di ricevere formazione e fare esperienza di lavoro nell’azienda sostenitrice del progetto ● Riforma dei Centri per l’impiego per favorire l’incontro fra la domanda e l’offerta di lavoro, abolendo la logica dei sussidi ● Misure di stabilizzazione del personale precario, a partire da quello già impegnato nelle iniziative in campo ambientale (idraulico-forestali), in campo sanitario e nei servizi sociali● Interventi per la promozione del lavoro autonomo, delle nuove professioni e dell’autoimpiego, con particolare riferimento alle figure dei nuovi produttori create con le reti telematiche.

Mettere il lavoro al primo posto significa darsi un obiettivo su tutti :  sconfiggere la recessione.

Negli ultimi cinque anni il PIL in Campania è stato sempre negativo, la disoccupazione è cresciuta di anno in anno. Il tutto a ritmi più elevati non solo della media italiana ma anche della media del Mezzogiorno. La Campania è diventata l’ultima regione d’Italia per sviluppo del PIL e la prima per disoccupati. Il tutto con evidenti responsabilità non solo di politiche nazionali ma anche di politiche regionali.

Nei prossimi anni di governo regionale occorre svoltare radicalmente, per  arrestare la recessione e riportare il segno positivo nello sviluppo del PIL regionale, arrestare la fuga di cervelli e l’emigrazione dei giovani, riportare come primo obiettivo il livello dell’occupazione a quello ante 2008, bloccare il fenomeno dell’immigrazione selvaggia e clandestina, combattere la burocrazia, semplificare il rapporto tra enti e cittadini, ed il rapporto tra enti di diverso livello; garantire un rapporto leale e virtuoso fra il governo regionale e le istanze dei comuni e dei territori, a partire dall’uso dei fondi europei ( uso efficiente, procedure snelle, ampio raccordo con i comuni, pochi progetti e non fondi a pioggia ).

Una Regione che fa bene i compiti a casa propria è più autorevole e credibile per chiedere al Governo nazionale una nuova e rinnovata attenzione ai temi del Mezzogiorno.

Il panorama del mercato del lavoro offre in Campania uno spettacolo desolante: l’occupazione continua a calare, aumenta la disoccupazione e le politiche locali del lavoro non sono in grado di rispondere alle aspettative dei soggetti più svantaggiati, cioè di giovani e donne.

I dati ufficiali registrati a fine settembre 2014 dicono infatti che i posti di lavoro sono ancora diminuiti in Campania (meno 23mila occupati rispetto all’anno scorso) in controtendenza rispetto all’aumento dell’occupazione registrato quest’anno in media nel Mezzogiorno e su scala nazionale.

Il lavoro si è ridotto qui da noi in un anno nelle attività di servizio, dal turismo al commercio, interessando gli occupati indipendenti mentre è leggermente cresciuto nell’industria e in particolare nell’industria delle costruzioni.

In sei anni, dal 2008 al 2014, il tasso di disoccupazione, la percentuale dei disoccupati sulle forze di lavoro, è balzato in Campania dal 10 per cento al 20 per cento.

A fronte di uno scenario così catastrofico la Regione Campania ha dimostrato di svolgere una politica del lavoro assai modesta, totalmente inadeguata.

La politica regionale si è ridotta al tradizionale sostegno al reddito per alcune categorie di disoccupati. Una politica del lavoro, come si dice, passiva e per di più dotata di pochi strumenti, il principale dei quali è stato il ricorso alla cassa integrazione in deroga, cioè a quello strumento che sostiene il reddito di lavoratori impiegati in settori e territori non coperti dalla cassa integrazione ordinaria nè da quella speciale, la prima essendo rivolta ai lavoratori occupati in aziende colpite da crisi temporanea (per la flessione della domanda), la seconda che copre gli occupati in imprese soggette a violenta ristrutturazione produttiva oppure coinvolte in procedure concorsuali (fallimento, concordato, amministrazione straordinaria).

La grande assente ovvero poco presente nell’amministrazione regionale è stata la politica attiva del lavoro, vale a dire l’insieme d’iniziative che puntassero a promuovere l’occupazione e l’inserimento lavorativo. Secondo l’Unione Europea (Agenda di Lisbona del marzo 2000 e Strategia Europea per l’Occupazione, SEO, avviata nel 1997 e successivamente definita nel 2010), queste iniziative dovrebbero articolarsi lungo quattro direttrici:

1. Occupabilità (migliorare le capacità di un individuo di inserirsi nel mercato del lavoro)

2. Adattabilità (aggiornare le conoscenze del lavoratore per renderle compatibili con le esigenze del mercato)

3. Imprenditorialità (sviluppare spirito imprenditoriale per avviare un’azienda e contribuire all’autoimpiego)

4. Pari opportunità (politiche per accrescere i tassi di occupazione femminile)

La Regione Campania è sostanzialmente assente in materia di lavoro. Il cosiddetto piano d’azione denominato Campania al lavoro!, avviato agli inizi del 2011, non solo è stato fin dall’inizio scarsamente finanziato con poco più di 76 milioni di euro (a fronte di una spesa pubblica regionale in tutto non inferiore ai 6 miliardi di euro all’anno, esclusa la spesa sanitaria) ma è stato altresì uno strumento opaco. In altri termini non se ne conoscono gli effetti, soprattutto in termini di occupabilità e di promozione delle pari opportunità per le donne.

Rimane perciò aperta davanti al futuro governo regionale  una grande battaglia per cambiare verso (è il caso di dirlo) alle politiche del lavoro da condurre nella Regione Campania: una battaglia che affermi la centralità delle politiche attive del lavoro, la loro posizione preminente nell’uso delle risorse finanziarie nazionali e regionali e soprattutto una battaglia che ponga al centro la valutazione, la verifica, finora del tutto assente, degli effetti che queste politiche possono conseguire nella creazione di posti di lavoro.

E’ bene affermare cosa intendiamo per politica del lavoro. Che cosa non deve essere e non potrà più essere in Campania e cosa invece è necessario che sia.

Occorre, in primo, luogo demolire e poi abbandonare del tutto l’idea che la politica del lavoro coincide con la coltivazione, il nutrimento e l’estensione delle clientele, con i rapporti di affiliazione clientelare di cittadini privi di lavoro rispetto a personaggi e gruppi che governano la Regione Campania.

Non è più il tempo di assunzioni dirette oppure indirette (cioè nelle società controllate dalla Regione) di migliaia di dipendenti pagati dal bilancio regionale. ( Non si potranno più ripetere le esperienze del passato quando centinaia di persone addette ai corsi di formazione professionale furono di colpo immesse negli organici della Regione senza concorso oppure quando il personale che gestiva i fondi per la ricostruzione delle zone terremotate, cessate le operazioni del dopo terremoto, trovarono una scrivania pronta ad accoglierli negli uffici regionali. )

Fanno da ostacolo alle assunzioni clientelari sia i vincoli alla dilatazione del bilancio imposti alle amministrazioni pubbliche sia l’esigenza di accrescere la produttività dei servizi erogati dalla Regione ai cittadini a parità della spesa. Difficilmente la spesa regionale sarà più alta dei 250 milioni di euro finora utilizzati in media ogni anno per pagare gli impiegati nei servizi non sanitari della Regione Campania e ugualmente difficile sarà che la spesa per il personale della sanità campana superi nell’immediato futuro i 1.500 milioni all’anno.

Quanto agli organici nella migliore delle ipotesi il personale che terminerà l’incarico passando in quiescenza, sarà rimpiazzato col ricambio fisiologico di giovani che sostituiranno gli anziani e il procedimento dovrà avvenire in prevalenza con assunzioni dei nuovi dipendenti mediante concorso pubblico.

Su questi principii (gestione oculata e contenuta della spesa per il personale e assunzione mediante concorso pubblico)occorre impegnarsi di fronte agli elettori e sfidare gli avversari politici a fare altrettanto.

In secondo luogo la politica del lavoro che dovrà essere prevalentemente attiva, per accrescere cioè i posti di lavoro più che per erogare sussidi ai disoccupati, sarà il perno su cui dovranno ruotare gli interventi più importanti effettuati dalla Regione Campania a vantaggio delle imprese e nell’assetto del territorio.

I futuri posti di lavoro saranno creati per lo più in piccole e medie imprese e nell’artigianato dell’industria e dei servizi privati. Si possono pure prevedere nuove localizzazioni in Campania di grandi imprese industriali e commerciali ma saranno episodi isolati, di iniziative capaci di assorbire pochi lavoratori addizionali. Il grosso delle imprese minori potrà tuttavia espandersi nel territorio regionale grazie a innovazioni apportate ai processi produttivi, a migliori fattori localizzativi e a infrastrutture al servizio degli stabilimenti (suoli attrrezzati, rete energetica, telematica, trasporti).

La politica attiva del lavoro che punta all’occupabilità tramite la formazione professionale, alla diffusione delle capacità imprenditoriali, ad aprire nuove opportunità d’impiego per le donne, richiede pertanto d’essere coadiuvata da una politica industriale atta a finanziare e a diffondere innovazioni, da una programmazione del territorio capace di conciliare urbanesimo, destinazione dei terreni a impieghi in produzioni agricole e zootecnia di alta qualità, localizzazioni industriali e commerciali. Se gli investimenti in formazione, nel cosiddetto capitale umano non avverranno in parallelo con la politica per l’innovazione e con la programmazione territoriale, la Campania sarà soggetta, come già lo è, a perdere forze di lavoro qualificato che si sposteranno altrove emigrando in altre regioni italiane oppure all’estero. Se la componente femminile dovrà avere maggiori opportunità di lavoro, le donne lavoratrici dovranno godere di adeguati servizi sociali, specie quelli destinati all’infanzia, che permettano loro di conciliare impegni familiari e impegni lavorativi.

Insomma la politica attiva del lavoro richiama la necessaria coerenza tra gli investimenti in formazione e in cultura imprenditoriale da un lato e dall’altro lato la promozione delle attività produttive nonchè la loro diffusione sul territorio. Tutti i tasselli più importanti della politica regionale vanno perciò coordinati e resi compatibili: promozione di nuove conoscenze e abilità lavorative, incentivi alle imprese, assetto del territorio, infrastrutture.

Infine qualche parola va detta sui poteri e sulla qualità del personale chiamato a gestire nella Regione Campania le politiche del lavoro.

E’ necessario irrobustire e qualificare i Centri per l’impiego, le 44 strutture esistenti, distribuite nelle cinque province della Campania, attualmente privi in larga misura di personale e di attrezzature informatiche, per porli in grado di orientare i disoccupati, d’interagire con le imprese, di avviare i lavoratori ad un impiego.

Occorre poi potenziare l’Agenzia regionale per il lavoro e la scuola (l’Arlas) dotandola di mezzi e poteri che permettano ai suoi funzionari di accreditare gli Enti di formazione, di verificarne periodicamente le attività che sono capaci di svolgere, di controllare i risultati delle attività formative finanziate ai privati con fondi pubblici, cioè controllare quanti allievi trovano un posto di lavoro e dove grazie alla formazione ricevuta.

E’ questa la strada per il  rafforzamento dei canali per l’acquisizione di competenze avanzate e utilizzabili nel mercato del lavoro :  selezione delle offerte più qualificate di formazione alla luce dei fabbisogni professionali effettivi provenienti dai territori ; programmi di formazione mirata, in stretto raccordo con i programmi di sviluppo produttivo a vocazione territoriale, con particolare attenzione al monde delle piccole e medie imprese  ( avviamento al lavoro per l’attuazione dei progetti di risanamento e bonifica ambientale; di programmi di riqualificazione ed efficientamento energetico del patrimonio edilizio ; sistemi logistici integrati; rete infrastrutture ; artigianato di qualità ).

Si richiedono infine agli impiegati e ai dirigenti, impegnati in Regione Campania a realizzare le politiche del lavoro,  un elevato profilo professionale e pure l’attitudine a respingere pressioni e condizionamenti che possano venire da coalizioni di potere economico, finanziario e anche sociale come i cosiddetti corpi intermedi (associazioni di categoria, sindacati).

I risultati del mancato sviluppo e di crescente arretramento rispetto alle regioni del centro nord, in termini di occupazione, ricerca e crescita sociale, hanno inequivocabilmente attestato il fallimento e lo spreco, in particolare, delle pur cospicue risorse finanziarie provenienti dai programmi europei per la coesione e lo sviluppo.

Gli scarsi provvedimenti legislativi assunti e le recenti iniziative di “accelerazione della spesa” sono la più concreta testimonianza della incapacità di governare e di fornire adeguate risposte ad un territorio che intanto comprende risorse culturali, paesaggistiche, umane, produttive, di grande eccellenza.
La Regione Campania, in primo luogo, deve mettere mano ad un Documento Unico di Programmazione (o ad un programma START: Strategie Attuative di Rigenerazione Territoriale) con il quale si superi la logica del “tutto e del contrario di tutto” alla base dei vari documenti prodotti (inutilmente) con grande profusione negli ultimi anni: PAT, PTR, PASER, POR, ….) che non sono stati in grado di costituire un preciso riferimento per le politiche territoriali della Campania.

Il documento, che sovrintenderà la spesa ordinaria e quella straordinaria (Fondi Europei) in un’ottica di stretta interrelazione e complementarietà fra le stesse, dovrà definire, in modo comprensibile e traducibile in pratiche operative, le strategie di riorganizzazione della regione, contenendo, quantomeno alla grande scala, gli interventi infrastrutturali principali, specificando:

a) priorità;

b) procedure amministrative;

c) responsabilità dei soggetti attuatori

d) mezzi finanziari

e) tempi di realizzazione delle opere.

Le opzioni operative di secondo livello, alla scala dei Sistemi Territoriali di Sviluppo (STS) già definiti con il PTR (legge regionale n. 13/08), andranno specificate almeno nel contenuto e nella dimensione economica, assegnando specifici poteri ad Autorità locali, prevedendo premialità, decadenza delle risorse finanziarie assegnate e/o poteri sostitutivi in caso d’inadempimento. Occorre stretta coerenza fra riparto delle risorse e riassetto del sistema delle autonomie locali.

Per dar seguito a tanto c’è bisogno di concludere il processo di pianificazione territoriale. Prima di tutto con l’elaborazione del Piano Paesistico Regionale (PPR), più volte annunciato e nemmeno concretamente avviato a formazione. Il PPR consentirà di superare l’immobilismo imperante sulle zone più fragili della regione: le aree della costa e dei parchi, stabilendo una volta per tutte ciò che è incompatibile e quanto ancora sostenibile in termini di trasformazione dei suoli.

In tale ambito vanno rapidamente ripensati gli strumenti di pianificazione territoriale, alla luce delle nuove norme ordinamentali statali ( città metropolitana di Napoli e prospettiva di superamento delle province)  e del riassetto delle autonomie da affermare con legge regionale , imporniato sui Comuni e sulle Unioni dei Comuni per lo svolgimento dei servizi a livello di ambiti territoriali omognei.
In tale logica l’apparato regionale andrà riorganizzato, assicurando preliminarmente un effettivo coordinamento non solo fra la Programmazione e la Spesa (ordinaria e straordinaria), ma soprattutto fra i vari assessorati e Settori, eliminando le pratiche “discrezionali” finora esercitate, rafforzando le strutture di raccordo e di controllo, oggi inutilizzate. Tanto per la richiamata assenza di scelte “a monte”, funzionale ad una gestione “clientelare”. Ripristinando il ruolo della regione di Ente Legislatore e di Programmazione, superando quello attuale di mera Gestione.

Nella revisione dell’organizzazione del Personale andrà assicurata adeguata competenza e capacità dirigenziale, assegnando precisi obiettivi ai responsabili di Settore (o Aree ….), misurabili in termini concreti, monitorando la tempistica e la tenuta della spesa, prevedendo decadenza e mancato riconoscimento dei premi di risultato.

Naturalmente tutto ciò presuppone una classe dirigente capace di costruire una visione condivisa e percorribile per il futuro di questa regione, sempre che capace di ascoltare le domande espresse dai territori e di saperle sintetizzare in un progetto attuabile nei contenuti e nei tempi.